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di Mario Ciotti

 


Lo Xinjiang che tradotto significa “Nuova Frontiera” è la regione autonoma più grande della Repubblica Popolare Cinese. Nel suo vasto territorio che confina con Tibet, Russia, Afghanistan, Pakistan e Kashmir sono presenti ben 55 gruppi etnici che convivono pacificamente. Quello più popoloso è rappresentato dagli Uiguri con il 45% della popolazione. Nella sua capitale Ürümqi, vivono circa 3 milioni di abitanti. La sua posizione strategica è fondamentale per il progetto Belt & Road Iniziative (meglio conosciuto come Nuova via della seta), considerato che sono tre i corridoi economici che rivestono una vitale importanza per la buona riuscita dell’iniziativa. Infatti la città di Kashgar ubicata nel meridione, offre una via d’accesso fondamentale al Mar Arabico.


Recentemente, dopo l’interesse della comunità internazionale sulle minoranze mussulmane, lo Xinjiang è tornato nuovamente alla ribalta, grazie al Prof. Mehmet Sukru Guzelad, il quale ha pubblicato sul Global Village Space (il nuovo portale che promuove le relazioni tra i popoli), un lungo e articolato commento in merito alle accuse di genocidio rivolte dagli Stati Uniti alla Repubblica Popolare Cinese. Nella lunga disamina, all’interno della quale vengono elencati numerosi riferimenti legislativi che vanno dal diritto internazionale, alla Carta Internazionale delle Nazioni Unite e alle convenzioni tutt’ora in vigore, lo studioso analizza punto per punto le osservazioni fatte dalle amministrazioni americane che si sono susseguite negli ultimi tempi e, che hanno avuto inizio a seguito di un articolo pubblicato da una fondazione lo scorso anno, e ripreso da alcuni organi di stampa d’oltre oceano.


Nel testo si richiamava l’attenzione del lettore sulle pratiche adottate dalla Cina, per ridurre la natalità nello Xinjiang. “Dal 2002, la politica di controllo delle nascite”, sostiene Guzeland,” ha subito una graduale liberazione, ponendo fine al più estremo progetto di controllo delle nascite dello Stato nella storia. La Cina appose rigorosamente la sua politica del figlio unico sulla maggior parte della sua popolazione ma era più liberale nei confronti delle minoranze etniche, compresi gli uiguri. Lo Xinjiang”, prosegue il ricercatore, “registra un tasso di crescita complessivo positivo della popolazione, con la popolazione uigura che è cresciuta più velocemente di quella non uigura nello Xinjiang nel periodo 2010-2018”.


Per lo studioso turco, dottore di ricerca e professore onorario dell’Accademia Internazionale delle Scienze dell’Azerbaigian (candidato più volte al Premio Nobel per la pace), come riportato dal sito, le accuse indirizzate nei confronti della Repubblica Popolare Cinese, sarebbero prive di fondamento, e dannose per l’intera comunità internazionale. Queste infatti potrebbero a loro volta causare incomprensioni e momenti di attrito tra gli stati interessati, tanto da sfociare in ripercussioni economiche, politiche, commerciali e militari. Per Guzelad, un’accusa così grave come quella di genocidio rivolta alla Repubblica Popolare Cinese, non dovrebbe mai essere usata impropriamente.

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