Politica

Guardando un vecchio articolo e una vecchia foto-----------------------------------------------------------------

di Giancarlo Scagnetti, già Presidente Consulta della Associazioni Territoriali dell'Unione Commercianti di Roma e Provincia

Quarant’anni fa circa anche nel Lazio iniziò l’era dei Supermercati e dei Centri Commerciali.
Per più di vent’anni cercai, per quanto mi era possibile, di far intendere che il mutamento doveva assolutamente essere gestito e programmato a tutti i livelli: Comunale, Regionale, Statale.
Per una decina d’anni fu possibile una certa programmazione, a Ciampino e in alcuni altri Comuni della Provincia anche grazie ad un buon rapporto con le amministrazioni locali; ma con l’inizio degli anni ’90 ogni diga iniziò ad infrangersi.
Oggi, rileggendo un mio articolo del 1990 in occasione di un convegno sull’argomento a Roma, m’accorgo d’essere stato, sfortunatamente, profeta; un cattivo profeta.
Non è solo il piccolo commercio e artigianato di vicinato che la Grande Distribuzione incontrollata ha sfilacciato, a volte affossato completamente, ma il tessuto sociale stesso di molti comuni e anche, in parte, della stessa Capitale.
Interi comuni in vent’anni hanno perso la loro identità e a volte si sono desertificati; comuni come Capena o Monterotondo “vecchio”; altri, come Frascati, Rocca di Papa, Grottaferrata, Albano, non sono neanche paragonabili a quelli di trent’anni prima.
Un Centro Commerciale, a seconda delle dimensioni, ha bisogno di un “bacino di utenza” di almeno centomila persone, possibili consumatori.
Roma, curando gli interessi soprattutto del Centro, li ha posizionati nella estrema periferia, a ridosso dell’Anulare, interessando e assorbendo così l’utenza di tutti i comuni della provincia.
Due sono state le conseguenze di questo decentramento: i Comuni sono stati impoveriti del loro tessuto commerciale e artigianale, della loro economia che spesso si basava solo su quello ed hanno visto chiudersi molte serrande; i locali hanno perso di valore, coloro che vi lavoravano si sono dovuti spostare o divenire pendolari per lavorare nella città, favorendo la trasformazione dei loro comuni in dormitori di Roma.
Le attuali periferie romane mancano delle botteghe (ormai non si costruiscono più locali e ce ne sono migliaia abbandonati); quindi niente insegne, niente vetrine niente movimento e presenza sulle strade.
La vita stessa ormai si svolge all’interno degli appartamenti, al chiuso, davanti al televisore o il computer, lasciando le strade vuote, a volte al buio, ai rischi di cattivi incontri.
Ci sarebbero ancora mille considerazioni da fare; i prezzi che hanno ricominciato a salire, la qualità del servizio in queste strutture, il trattamento dei lavoratori, e, soprattutto, l’inizio della fase dei fallimenti di queste grandi strutture ormai troppe anche per il bacino d’utenza di Roma e provincia.
Quando chiudono le megastrutture lasciano profonde ferite nei lavoratori che si ritrovano disoccupati e cattedrali nel deserto dove prima c’era finta opulenza e orgoglio.
Ci vorranno almeno trent’anni perché si raggiunga un nuovo equilibrio; nel frattempo i piccoli imprenditori, i consumatori, gli amministratori dei comuni, i cittadini tutti ne pagheranno le conseguenze.
Qualcuno dovrebbe avere il coraggio di rivedere la situazione e cambiare le regole. Altrimenti gli speculatori continueranno ad arricchirsi e i cittadini a pagare.

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